Stefania Baldassari

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Il registro della bigenitorialità: uno strumento a favore dei minori

 

A cura di Stefania Baldassari

La  bigenitorialità è frutto della legge n. 54/2006 che, -adeguandosi a quanto già sancito dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia, sottoscritta a New York il 20.11.1989, resa esecutiva in Italia con la L. 176/1991- ha esteso anche all’Italia -che vi ha aderito- il diritto del minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, anche quando gli stessi decidano di separarsi.

E proprio tale rapporto, che la legge indica come “equilibrato e continuativo”, si scontra con una realtà ben diversa, laddove alla separazione coniugale consegue un affido monogenitoriale, che attraverso l’utilizzo della non prevista figura del genitore collocatario o prevalente dà l’illusione prima facie, della condivisione dell’affidamento

Dopo opportune ricerche a livello scientifico, pubblicate a livello internazionale e la risoluzione di 47 stati aderenti al Consiglio d’Europa, si è data piena dimostrazione dell’inequivocabile beneficio derivante dall’affido condiviso e, ove possibile di quello alternato, evidenziando chiaramente gli effetti negativi derivanti dall’affido materialmente esclusivo che preveda tempi di coabitazione inferiori al terzo del totale.

Per questo motivo il Consiglio d’Europa ha adottato, in data 2 ottobre 2015, con 46 voti favorevoli (tra cui anche quello dell’Italia) la risoluzione con la quale si invitano gli Stati membri a promuovere la shared residence (definita nella relazione introduttiva “come quella forma di affidamento in cui i figli dopo la separazione della coppia genitoriale trascorrono tempi più o meno uguali presso il padre e la madre”) e a incentivare l’adozione di piani genitoriali dettagliati.

Tra questi l’impatto più decisivo è stata la discussione sorta in ordine alla istituzione dei c.d Registri della bigenitorialità.

L’istituzione di tali registri, realizzati a livello comunale, consente ad entrambi i genitori di legare la domiciliazione a quella del proprio figlio, facendo sì che ogni istituzione che ha rapporti con il minore possa, conoscendo i riferimenti anagrafici di entrambi i genitori, comunicare con gli stessi rendendoli partecipi in prima persona di tutto ciò che riguarda la prole.

La creazione del doppio domicilio -la residenza anagrafica rimane necessariamente presso un solo genitore- costituisce la corretta ed equa applicazione dei principi della legge, e può contribuire ad attenuare i risentimenti e ad abbassare la conflittualità, eliminando gli squilibri che discriminano le figure genitoriali.

Conseguentemente ogni comunicazione, sia in ambito scolastico, così come sportivo, sanitario, o religioso deve essere indirizzata non più soltanto al genitore collocatario presso il quale risiede il figlio, ma ad entrambi i genitori, ponendoli così nella condizione di partecipare attivamente alla vita del minore.

Si affermerebbe così il diritto ad essere genitori in modo pieno ed effettivo senza che la separazione dei genitori possa intervenire determinando una limitazione alla chiara e consapevole gestione dei rapporti genitoriali.

 

 

 


Figli: il diritto di avere un uguale rapporto con i genitori

A cura di Stefania Baldassari

Il principio fondamentale della tutela dell’interesse del minore, tanto auspicato ed osannato nelle aule di giustizia non trova giusta ed equa applicazione nella realtà.

L’introduzione della legge 54/2006 e, con questa, la considerazione del valore effettivo da attribuire al diritto del minore di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori -nessuno escluso- è solo formale e non sostanziale e quindi inapplicato.

La negazione sempre più evidente ad avere un rapporto stabile con entrambi i genitori che decidono di separarsi, assume carattere rilevante laddove viene a prevalere l’interesse dell’adulto a riscattare la propria vita a discapito del primario interesse del figlio che, proprio in quanto tale, non dovrebbe subire in alcun modo le conseguenze delle scelte degli adulti.

Anche la scelta di indicare il genitore collocatario si pone in netto contrasto con il principio della condivisione dell’affidamento, andando a determinare uno sbilanciamento di ruoli a favore di quel genitore al quale viene accordato tale privilegio.

All’altro -genitore- viene consentito di avere rapporti con la prole, scanditi da fitti calendari, fatti di date, orari e scadenze che non privilegiano certamente uno sviluppo equilibrato di relazione, ove invece il ruolo primario viene rivestito dall’entità dell’assegno da sborsare mensilmente.

Filo conduttore e  logica conseguenza derivante dalla reale applicazione della L. 54/2006 è quella di garantire ai figli una presenza equilibrata dei genitori e il diritto di ricevere le cure da entrambi, attribuendo così il giusto valore al ruolo rivestito da ogni componente familiare che, proprio in ragione del  primario interesse del minore, non dovrebbe infrangersi in inutili conflitti che servono soltanto agli adulti per scaricare la loro rabbia, che fortunatamente non alberga nell’animo dei puri.

 


Il tenore di vita lascia il posto all’autosufficienza economica

A cura di Stefania Baldassari

Con la sentenza n. 11504/2017 depositata oggi la Cassazione rivoluziona i  parametri in materia di assegno di divorzio.

I giudici di legittimità hanno stabilito che per il riconoscimento dell’assegno di divorzio ciò che conta è il criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica e non il tenore di vita goduto nel corso delle nozze, ciò in quanto il matrimonio deve essere inteso come atto di libertà e autoresponsabilità e non come atto volto a determinare una sistemazione definitiva.

Il divorzio di cui la Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi è quello tra  l’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli e l’imprenditrice Lisa Lowenstein.

Nel caso di specie i supremi giudici hanno respinto il ricorso con il quale la ex moglie del ministro chiedeva l’assegno di divorzio, già negatole in una precedente sentenza pronunciata dalla  Corte di Appello di Milano nel 2014 che, in considerazione dell’ incompleta documentazione prodotta, aveva dato valore alla riduzione dei redditi subita dal Grilli dopo la fine del matrimonio.

Ma la novità concreta oggi all’esame della Suprema Corte è che la perdita del diritto all’assegno non risiede nel fatto che si supponga che la ex moglie abbia redditi adeguati, ma piuttosto nella circostanza che essendo ormai cambiati i tempi occorre “superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come sistemazione definitiva” essendo generalmente condiviso “nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile”.

Per questo motivo non è dato configurare  l’esistenza di un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale indicato come “ parametro di spettanza dell’assegno, avente natura assistenziale”, in quanto “il rapporto matrimoniale si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale, sicché ogni riferimento a tale rapporto finisce illegittimamente con il ripristinarlo, sia pure limitatamente alla dimensione economica del tenore di vita matrimoniale, in una indebita prospettiva di ultrattività del vincolo matrimoniale”.

Così “se è accertato  che il coniuge richiedente è economicamente indipendente o effettivamente in grado di esserlo, non deve essergli riconosciuto tale diritto”.

E tale indipendenza economica viene valutata in base al “possesso” di redditi e di patrimonio mobiliare e immobiliare, alle “capacità e possibilità effettive” di lavoro personale e alla “stabile disponibilità” di un’abitazione.


Collocazione prevalente presso il padre: nuova apertura a favore dei padri separati

 

A cura di Stefania Baldassari

 

Con sentenza n. 2770/2017 la Corte di Cassazione ha invertito la rotta ormai consolidata che individuava nel collocamento prevalente dei minori presso la madre la meta più adatta a garantire un sano ed equilibrato rapporto con la prole.

Nella fattispecie esaminata dai giudici di legittimità viene conferito valore al desiderio del figlio di stare prevalentemente con il padre, anche se tale desiderio si scontra con la volontà della madre.

A nulla è infatti valso il ricorso in cassazione -concluso con il suo rigetto e con la condanna della stessa alle spese di giudizio- con il quale la donna rivendicava il diritto ad avere il figlio e il conseguente assegno di mantenimento, in quanto è stato dato largo credito alle richieste avanzate dal minore.

Sostiene la Suprema Corte che il desiderio espresso dal minore di poter mantenere la collocazione presso il padre acquista un valore determinante nella decisione, in quanto l’audizione dei minori direttamente dal giudice o di un esperto incaricato è già prevista nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.

Sempre a parere della Cassazione l’ascolto del minore di almeno dodici anni o, se in età inferiore, con accertata capacità di discernimento, è adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardano e, in particolare, in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la legge n. 77/2003, nonché dell’art. 155-sexies c.c.

Tanto più che nella fattispecie appena esaminata la C.T.U. esperita  ha escluso l’esistenza di qualsiasi segno di alienazione parentale da parte dell’uno o dell’altro genitore.

La decisa collocazione prevalente presso il padre ha determinato a carico della madre l’obbligo contributivo al mantenimento, che in ragione delle modeste condizioni economiche della stessa ha tenuto conto dell’apporto del convivente nella misura di €. 200,00 mensili, contribuzione sospesa nei mesi di luglio e agosto nei quali il minore trascorrerà più tempo con la medesima.

 

 


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